Intervista a Flavio Emer

Intervista a Flavio Emer

Oggi vi proponiamo l’intervista a Flavio Emer, scrittore di successo costretto all’immobilità dall’amiotrofia mielogena. Grazie alla sua forza di volontà e ad “Oby One Kenoby”, una macchina che traduce i sistemi vocali in videoscrittura, Flavio è riuscito a scrivere 3 meravigliosi libri “Il mio cielo è diverso”, “Il corponauta” e “Sensi in-continenti”.

Quando è nata la tua passione per la scrittura?

Non so quanto sia corretto parlare di “nascita di una passione”. Forse vita e vocazioni si accendono simultaneamente tanto che, conquistate l’uso della ragione e l’autocoscienza, ci si rende conto di poter spendere dei talenti in una direzione piuttosto che in un’altra.
Scrivere è per me una necessità, soprattutto dopo che ho perso l’uso delle mani intorno ai 14 anni e, fino all’avvento dei sistemi di dettatura vocale, ho accumulato dentro me una certa quantità di appunti che ho potuto poi trascrivere, a partire dagli anni ’90, sul computer.
Non nascondo tuttavia la mia pigrizia che spesso mi rende refrattario alla scrittura, quasi fosse una rapporto di amore – odio, ed il timore della banalità, di non trasmettere ciò che realmente è importante, mi accompagna costantemente: quella paura della “pagina bianca” di cui anche Calvino racconta.
Non abbiamo spazi infiniti da riempire; è importante farne buon uso. Ma non sono certamente io a valutare il risultato.

Quanto le barriere architettoniche ostacolano la vita di tutti i giorni?

La vita pratica credo sia molto condizionata dalla presenza di barriere architettoniche anche se, nel mio caso, essendo totalmente immobile, qualsiasi cosa può essere barriera. Credo che il problema sia ben più sentito da chi può godere di una certa autonomia, quando il potersi muovere (carrozzina, automobile etc.) è davvero ostacolato dalla mancanza di uno scivolo o da un marciapiede prepotente.
A volte la barriera può essere un’opportunità: se essa diviene causa di solidarietà umana, amicizia, e complicità nel superamento dell’ostacolo, allora ben vengano scale ed ascensori stretti.
Sia chiaro, ciò non deve essere un alibi per le istituzioni le quali, in quanto garanti di eguali opportunità, sono tenute a rendere l’ambiente accessibile.
Una cosa sono i rapporti interpersonali, ben altra è il rapporto cittadino – Stato.
Nessuno pretende di abbattere i ponti di Venezia o applicare in parete elevatori per raggiungere la vetta del Cervino; si cambi laddove si può, soprattutto perché una gamba ingessata o una mamma con passeggino non mancheranno mai. Levando le barriere non si penalizza nessuno, lasciandole sì.

Pensi che si potrebbe fare qualcosa per migliorare l’accessibilità delle grandi città?

Si può sempre fare qualcosa per migliorare; basta prenderne coscienza.
Non sono solo le grandi città ad essere poco accessibili; nelle periferie e nei paesi forse le difficoltà sono maggiori.
Io, per esempio, vivo in un paese in salita (o in discesa… dipende dai punti di vista) e la cosa non favorisce certo passeggiate o spostamenti in carrozzina.
Le nostre città, inoltre, sono molto antiche e strutturalmente presentano barriere. Ovviamente risulta molto più facile muoversi a New York o a Sydney, essendo metropoli pressoché nuove, ma il buon senso ci dovrebbe dire dove si può intervenire e dove no.
Particolare attenzione andrebbe posta sui mezzi di trasporto pubblici: è vero che i più moderni sono dotati dei necessari accorgimenti, ma capita spesso che, alla prova dei fatti, sia stridente il contrasto fra teoria e pratica ed evidente la distanza mentale di chi progetta certi sistemi. Posso anche ancorarmi al vagone della metropolitana, però se la velocità è alta ed il blocco poco sicuro finisco in braccio a qualche passeggero.
Si dovrebbe tener conto che l’handicap non è standard, pensando quindi a soluzioni più flessibili, maggiormente adattabili, meglio rispondenti alle esigenze specifiche.

Qual è il tuo rapporto con la tecnologia?

Un astronauta durante una passeggiata spaziale è il disabile più totale che possa esistere. Non è in grado di respirare autonomamente; non può comunicare con la semplice voce; si sposta grazie alla spinta a reazione; è esposto ai raggi cosmici che lo ammazzerebbero in brevissimi istanti; ogni gesto è una conquista.
Eppure, grazie al supporto tecnologico, non solo gli è garantita la sopravvivenza ma, addirittura, la straordinaria condizione di viaggiatore tra le stelle.
Questo non basta per definire il progresso tecnico una grande occasione?
Purtroppo l’essere umano sembra più motivato dalle sfide eccezionali che dalla, pur straordinaria, quotidianità e, se per le imprese particolari riesce nella gestione di problemi apparentemente insormontabili, non è altrettanto costante e determinato nel fornire risposte a chi affronta ogni giorno la propria passeggiata spaziale.
Se la tecnologia mi consente di andare oltre la sopravvivenza è per me un tesoro di inestimabile valore; altrimenti si tratta semplicemente di tempo rubato, nell’illusione che il trascorrere delle giornate sia esso stesso un significato anziché un contenitore.

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